martedì 25 luglio 2017

Darwin, bandito dalla Turchia


Charles Darwin ci ha illustrato il cammino dell'uomo e ha sovvertito tutti i paradigmi precedenti, che vedevano l'origine della nostra specie strettamente connessa a un intervento divino. Però ci sono sempre stati pareri contrastanti e in molti casi, ancora oggi, la teoria evolutiva è vista con diffidenza. Ci sono molti creazionisti che operano anche nei paesi occidentali, dove il darwinismo è nato e si è diffuso in tutto il mondo. Ma oggi stupisce pensare qualcuno possa fare marcia indietro; e verificare che ci siano paesi che dopo avere sposato le tesi evoluzionistiche, decidano di sostenere un parere contrario. E invece è proprio quello che sta succedendo in queste ore in Turchia; dove il governo ha deciso dall'anno prossimo di abolire qualunque riferimento alle teorie di Darwin. La parola al ministro dell'Istruzione Ismet Yilmaz che martedì scorso ha detto stop a Darwin, per dare invece spazio allo studio approfondito del "jihad". 

Il nuovo programma scolastico, in pratica, cancella Charles Darwin indicandolo troppo complesso e "non direttamente rilevante". Insorgono molti biologici e scienziati turchi, ma la decisione parrebbe incontrovertibile. Gli scienziati e molti insegnanti accusano Erdogan di oscurantismo e di imporre una visione distorta della realtà. Il termine jihad, peraltro, è controverso, parlando di piccolo jihad, riferito alla lotta militare, e grande jihad, che ha invece a che vedere con lo sforzo interiore, mistico e spirituale di un individuo. Solo in Arabia Saudita è bandito lo studio di Darwin, e basta questa considerazione a fare sollevare un vespaio di polemiche da parte dell'intellighenzia turca. Ma tant'é. Darwin può piacere o non piacere ma è un caposaldo della cultura mondiale; e non esiste ipotesi che possa contravvenire questa realtà. Anche in Italia, Paese profondamente cattolico, il darwinismo è formalmente accettato; la chiesa stessa arriva a sottintendere che paradossalmente occorre conoscere l'evoluzionismo per poter meglio difendere la verità divina. Ma c'è chi non la pensa così. 

Antonio Zichichi nel suo libro "Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo" (1999), riporta che "la cultura dominante ha posto il tema dell'evoluzione biologica della specie umana sul piedistallo di una grande verità scientifica in contrasto totale con la Fede". Il creazionismo tuttavia resiste ed è diffuso un po' in tutto il mondo. Creazionista è colui che riferisce la nascita dell'uomo e dell'universo a Dio, come, in sostanza, è riportato nella Bibbia. Pseudoscienza per gli accademici. Folclore per altri. Nelle espressioni più radicali la Terra è nata fra i 6mila e i 10mila anni fa e i fossili sono stati incastonati nelle rocce direttamente dal Creatore. La più moderna forma di creazionismo è l'intelligent design, secondo cui la vita è figlia di un progetto di una mente superiore, molto più lungimirante e credibile della selezione naturale. Punti di (s)vista? 

Antartide: il distacco dell'iceberg gigante

La piattaforma di Larsen

Il più grande iceberg mai visto dell'uomo si è ufficialmente staccato pochi giorni fa dall'Antartide. E' avvenuto in corrispondenza della penisola antartica, dove finisce la porzione continentale e inizia la coltre di ghiaccio che poggia direttamente sul mare; è la piattaforma di Larsen, sorta alla fine dell'ultimo periodo glaciale, 12mila anni fa. Da mesi gli scienziati stavano tenendo d'occhio questa parte del Polo Sud, attraverso le rilevazioni satellitari. Si è così visto che la piccola fattura venutasi a creare nel 2011, si è progressivamente allungata fino a formare una spaccatura di 200 km. Dunque l'allontanamento dal Polo Sud è avvenuto, e si tratta di un blocco di ghiaccio grande tanto quanto la Liguria.

Ora ci cercherà di capire quale direzione intraprenderà. Il rischio, di fatto, è anche quello che, sciogliendosi repentinamente, possa provocare un innalzamento del livello dei mari. Circostanza che però gli scienziati cavalcano con molta prudenza; per non allarmare inutilmente e perché non è semplice capire quanto tempo impiegherà a sciogliersi completamente. Dipenderà dalla direzione presa, ma anche dal clima e dalle temperature. Intanto ci si domanda il motivo di questo eccezionale fenomeno. Istantaneamente verrebbe da pensare all'effetto serra; che in effetti potrebbe essere coinvolto. Tuttavia il vero problema risiede nella dinamica glaciale che porta la porzione continentale a spingere su quella marittima, determinando frizioni che a lungo andare creano forti disquilibri fra le masse.

In questo modo si creano dei crepacci che in particolari situazioni, evidentemente, possono percorrere traiettorie in grado di formare spaccature lunghe chilometri. L'effetto serra vale comunque la pena citarlo, perché da decenni, ormai, anche i ghiacci dell'Antartide sono soggetti a scioglimenti più rapidi e consistenti. E' un circolo vizioso. I mari si alzano di circa un millimetro all'anno e lambiscono le coste antartiche; così facendo, in concomitanza con l'aria sempre più tiepida, "erodono" i ghiacci trasformandoli in iceberg. E c'è il Nino, la famigerata e per certi versi ancora misteriosa corrente oceanica, che quando si instaura - per via di un decremento dell'azione degli alisei - provoca ripercussioni climatiche su ogni angolo del pianeta.

Le stime condotte dal British Antartic Survey non lasciano adito ai fraintendimenti: gli inverni antartici stanno diventando sempre più caldi e la temperatura media sta salendo; il riferimento è a un grado in più da 30 anni a questa parte. E ciò spiega la formazione sempre più frequente di iceberg che stanno frammentando le lingue glaciali più esposte del continente. Si parla di 720 miliardi di tonnellate alla deriva, pari a una superficie di 3.250 chilometri quadrati.

lunedì 17 luglio 2017

Il ritorno della tigre del Caspio


C’era una volta la Panthera tigris virgata, ossia la tigre del Caspio, vissuta in Asia, dalla Turchia all’Iran, fino agli anni Settanta. Poi il suo destino è stato segnato dalla caccia selvaggia e dalla riduzione progressiva del suo ambiente naturale; viveva fra canneti e ampie radure, sostituiti dalle coltivazioni di cotone. Agli inizi del ventesimo secolo venivano uccise ogni anno più di cinquanta tigri.

Ma oggi la Panthera tigris virgata potrebbe tornare a vivere nei dintorni del Mar Caspio. Degli scienziati hanno infatti pensato di liberare nei pressi del grande bacino lacustre degli esemplari di tigri siberiane, geneticamente molto simili alle cugine provenienti da sud. Così si pensa che possano riguadagnare le vecchie caratteristiche genetiche e ripristinare la popolazione perduta.

L'esperimento potrebbe avere luogo in un paio di aree del Kazakistan, dove un tempo dimorava l'animale. Gli scienziati del WWF e della State University di New York dicono che «da dieci anni si parla di reintrodurre la tigre dell'Amur in altre zone», ma solo ora si può pensare seriamente di dare via al progetto. I due siti identificati, distribuiti su un territorio di trecento chilometri quadrati, si trovano in corrispondenza del fiume Ili e del lago Balkhash. Potrebbero ospitare rispettivamente 64 e 98 tigri nei prossimi cinquant'anni. Sono numeri precisi, che non possono prescindere dalla necessità di preservare gli equilibri degli ecosistemi e della catena alimentare; scongiurando il rischio di diffondere una specie mettendone altre in difficoltà.  

I due enti stanno lavorando alacremente per consegnare ai futuri abitanti del Kazakistan un ambiente nel quale potranno adattarsi nel migliore dei modi. A questo proposito puntano innanzitutto a regolarizzare l'attività irrigua fornita dal fiume Ili, che scorre per oltre mille chilometri nel cuore dell'Asia. Senza il quale i felidi non potrebbero sopravvivere. 

Empatici come una donna


E' il frutto di un test elaborato una ventina di anni fa, utilizzato oggi per la prima volta su un campione di migliaia di persone. Così è stato possibile verificare un'attitudine umana favoleggiata da sempre, ma mai presa davvero in considerazione: la lettura degli occhi. Non si tratta di un test d'iridologia, bensì della capacità empatica di alcune persone di saper leggere le espressioni del volto per capire come sta l'altra persona, cosa sta pensando e quali potrebbero essere le sue prossime mosse. L'Università di Cambridge è giunta alla conclusione che tutti, più o meno, hanno questo dono: ma è verosimilmente molto più spiccato nelle donne. I test rivelano infatti che sono principalmente loro a mostrare una perfetta corrispondenza fra il luccichio di uno sguardo e l'emozione che da esso trapelerebbe. Varun Warrier, a capo della ricerca, parla del «più grande studio mai effettuato sull'empatia cognitiva». 

Un test molto semplice, caratterizzato da fotogrammi che illustrano esclusivamente le aree oculari di alcuni volti presi come campione. I partecipanti alla sperimentazione hanno dovuto valutare la risposta emotiva del modello analizzato. E, in effetti, è emerso che le donne azzeccavano quasi sempre la risposta corretta, gli uomini molto meno. Perché? La risposta risiede nell'evoluzione umana e nei ruoli che maschio e femmina hanno avuto nel corso della storia (e della preistoria). La donna si è sempre occupata dei figli; i maschi della caccia. Evidentemente per le donne è stato necessario diventare abili nel saper "diagnosticare" le emozioni altrui, per corrispondere adeguatamente alle esigenze della prole. In fondo, accade ancora oggi. Le donne - checché se ne dica - sono (e saranno) sempre e comunque molto più esperte degli uomini a interpretare i messaggi dei più piccoli; perché sanno leggere perfettamente i loro sguardi, senza dover decifrare parole e sillogismi. 

Va peraltro tenuto conto del fatto che psicologia e medicina, un tempo, non erano contemplate, e dunque le uniche possibilità per capire come stava dal punto di vista emotivo una persona, erano quelle legate all'innata capacità di decrittare correttamente un'occhiata o una particolare espressione del viso. C'è pertanto di mezzo la genetica; perché a monte di questo studio gli scienziati di Cambridge hanno isolato un gene particolare posto sul cromosoma 3; o meglio, una variante di questo gene, esplicitamente legata alla "lettura degli occhi". Il cromosoma 3 è molto grande e rappresenta il 6,5% del DNA complessivo di una cellula. Possiede più di mille geni e duecento milioni di nucleotidi (componenti base del DNA rappresentate da uno zucchero a cinque atomi di carbonio, una base azotata e un gruppo fosfato). E dunque è coinvolto in molte funzioni organiche. Per esempio nella determinazione del colore dei capelli. Il gene MITF presente nel cromosoma 3 attiva specifici enzimi che producono due tipi di melanina, pigmento alla base dei diversi tipi di chioma. 

Ma il cromosoma 3 è soprattutto legato a una zona del cervello chiamata striato, che sarebbe coinvolta nell'empatia e nella capacità di comprendere le esigenze e le emozioni dei nostri interlocutori. Il gene selezionato è stato battezzato LRRN1, tuttavia i ricercatori indicano l'empatia come il frutto di un mix di fattori concernenti lo sviluppo di una persona: «L'empatia ha una base senz'altro genetica», rivela Thomas Bourgeron, che ha contribuito alla ricerca, «ma vanno anche valutati i contesti sociali ed educativi di un individuo e soprattutto le esperienze vissute nei primi anni di vita». Altro campo di indagine è quello delle patologie. Malattie come l'autismo, espressamente legate all'incapacità di sapere leggere le emozioni altrui. E non è un caso che nei test effettuati le persone colpite da questa patologia siano state anche quelle più in difficoltà nel sapere dare una giustificazione all'espressione di un volto. Risultati interessanti si sono ottenuti anche nel campo dello studio dell'anoressia, fra i disturbi alimentari più diffusi. Il futuro? 

Capire come quest'attitudine sia distribuita nella popolazione mondiale e comprendere i meccanismi che si celano dietro ai rapporti interpersonali e alla sopportazione dello stress. L'empatia, infatti, aiuterebbe anche a combattere ansie e frustrazioni. Lo dimostrano gli studi di Sarina Rodrigues della facoltà di Psicologia all'Oregon State University. Secondo la scienziata la tendenza ad arrabbiarci e a infastidirci per qualcosa, potrebbe essere sopportata meglio se fossimo in grado di leggere le richieste che trapelano dagli occhi degli altri. E fa degli esempi. Al cinema, due giovani sgranocchiano dolci, rompendo il silenzio della sala, disturbando i vicini; ma l'opinione di chi viene disturbato cambierebbe sapendo che i ragazzi mangiano solo per contenere la rabbia derivante da una recente delusione amorosa. Dipende, insomma, dal punto di vista dell'osservatore; che potrebbe, appunto, mutare radicalmente, se imparassimo a essere più empatici.

Esercizi empatici
Un suggerimento per imparare a diventare empatici: ascoltare il proprio battito cardiaco (senza premere le arterie). E' la proposta di Geoffrey Bird, ricercatore dell'Università di Oxford. Il test ha coinvolto 72 volontari; che sono stati invitati a contare i battiti del proprio cuore e poi a valutare le espressioni di volti che comparivano su alcuni video. I più bravi a enumerare la sequenza dei battiti erano anche quelli più abili a interpretare i pensieri altrui. Si tratta di un processo chiamata "enterocezione". Con esso si impara innanzitutto ad ascoltare se stessi, per arrivare poi a comprendere chi ci circonda; basandosi sulla fisiologia comandata dall'ipotalamo, parte fondamentale del cervello.

Il pensiero altrui? Si impara leggendo
Ma per migliorare l'empatia ci si può affidare anche a una tecnica molto meno sofisticata: la lettura. Stando infatti alle conclusioni di una ricerca effettuata presso la New School for Social Research di New York, le abilità empatiche sono direttamente proporzionali al tempo speso leggendo. E' vero soprattutto per ciò che riguarda la lettura dei romanzi di finzione. Il lettore, infatti, può immedesimarsi nella parte del protagonista, imparando senza rendersene conto a calarsi nei panni altrui. Una tecnica che protratta nel tempo, può effettivamente giovare alla capacità di sapere intuire ciò che un interlocutore sta elaborando a livello cerebrale. I risultati più interessanti sono stati ottenuti sui bimbi delle elementari.

L'empatia animale
E nel regno animale? Pare improbabile, eppure l'empatia è verificabile anche in specie cognitivamente meno progredite della nostra. Sono state condotte delle sperimentazioni sulle arvicole delle praterie (Microtus ochrogaster), animali simili ai criceti, e si è visto che anche in esse è viva la capacità di "comprendere" le "emozioni" di altri componenti della famiglia. Lo studio pubblicato dai ricercatori dello Yerkes National Primate Research Center della Emory University, asserisce che esiste in questa specie l'attitudine a consolare i "parenti" afflitti da malattie o altri disagi, favoriti dall'incremento dei valori dell'ossitocina, ormone non a caso battezzato "dell'amore". 

Specie floreali agratesi

Oggi nei pressi dell'hot spot 1 biodiversity (ingresso parco Molgora, fra Omate e Burago)… quattro specie note, e altre (interessanti) da classificare. La salcerella credo sia stata "importata"; non l'avevo mai vista prima. Poi il cardo dei lanaioli (presente solo in questo punto del territorio, con le incontrovertibili relazioni con la knautia più volte riscontrata in via Lecco); il meliloto bianco; e un bellissimo "mazzo" di saponaria.

Dipsacus sativus
Lythrum salicaria
Melilotus albus
Saponaria officinalis

lunedì 10 luglio 2017

Alla scoperta di Xi, la nuova particella subatomica

La visione antropocentrica con cui approcciamo qualunque analisi filosofica o scientifica determina una visione distorta della realtà, e ci impedisce di dare il giusto valore alle cose che ci circondano. È il motivo per cui di fronte alla scoperta dell’ennesima particella subatomica gran parte di noi resta sostanzialmente indifferente; ma non i fisici e chi mastica scienza tutti i giorni che invece sollazzano come se avessero vinto il più ricco premio della lotteria. E dunque è proprio a questa categoria di persone che dovremmo guardare con passione, perché è grazie ai loro studi che ogni giorno ci avviciniamo sempre più alla verità, all’intimità, all’essenza che permea tutto l’universo. Per anni abbiamo inseguito il paradigma del bosone di Higgs, la particella di Dio, teorizzata nel 1964, ma “toccata” con mano solo nel 2013. E oggi, dunque, siamo a un nuovo eclatante capitolo: la scoperta della particella Xi. Era nell’aria e finalmente, al Large Hadron Collider (Lch) di Ginevra, il più grande acceleratore di particelle del mondo, il sospirato traguardo. Di che cosa stiamo parlando?
Appunto, di una particella subatomica. Ce ne sono molte; un tempo erano solo elettroni, protoni e neutroni. Oggi è quasi difficile stimare il numero esatto. E non sempre concernano le caratteristiche tipiche della materia, ossia la massa di un atomo. I neutrini, con la loro massa infinitesimale (inferiore perfino a quella di un elettrone) sono un esempio. Ma sembra di essere sempre all’inizio. Se ne scopre una e contemporaneamente si realizza che ce ne possono essere altre; come un’infinita danza di matrioske. La nuova particella presenta le seguenti caratteristiche: una grossa massa (oltre 3.600 Mev, quasi quattro volte quella del protone); una potente carica elettrica positiva; un’instabilità tale da non permetterle di vivere per più di un millesimo di miliardesimo di secondo; e un cuore formato da due quark pesanti (quark charm), che probabilmente funzionano come un sistema di stelle doppie. E sono proprio i quark a fare sussultare gli scienziati, perché mai prima d’ora era stata individuata una particella caratterizzata da due “pesi massimi” di questo tipo. Giustificano, di fatto, l’esistenza di neutroni e protoni, ma solo se rappresentati da masse leggere. Qui, invece, si parla di due quark pesanti, che probabilmente ebbero grande risonanza durante la nascita dell’universo (Big Bang); e che oggi sono relegati all’interazione fra particelle in un acceleratore, o nel punto di contatto fra i raggi cosmici e l’atmosfera.
La notizia è stata divulgata dalla prestigiosa rivista Physical Review Letters e promette di approfondire ulteriormente la caccia all’essenza del creato. A proposito sappiamo pochissimo. La materia oscura suggerisce che ancora non sappiamo quale sia il reale valore di ciò che ci circonda; e l’energia oscura indica che l’universo si sta costantemente espandendo senza una spiegazione tangibile. I dati in nostro possesso sono deplorevoli. Del 4,9% della materia abbiamo una idea vaga; ma brancoliamo nel buio per ciò che riguarda il 26,8% della materia oscura, e il 68,3% dell’energia oscura. Come si può notare, i grandi progressi della fisica sono solo all’inizio. E la particella Xi vuole aiutarci proprio in questo. In particolare nel campo della ricerca delle quattro forze fondamentali che tengono in vita l’universo. La Xi potrebbe dare interessanti ragguagli sulla forza nucleare forte che permette la formazione degli atomi; e senza la quale i protoni e i neutroni non potrebbero esistere.

venerdì 23 giugno 2017

Animali selvatici: boom di attacchi all'uomo


Invadiamo i loro territori. Ecco perché cominciano a ribellarsi. La fauna selvatica insorge perché l'uomo sta soffocando ogni habitat, compromettendo la sopravvivenza di numerose specie. L'ultimo episodio si è verificato poche ore fa nel Parco di Yellowstone, in Nord America. Una famiglia di orsi neri, una madre con i suoi tre piccoli, ha inseguito alcuni turisti obbligandoli a darsela a gambe e a trovare riparo all'interno della propria auto. Complice il gran caldo degli ultimi tempi, che ha scombussolato i ritmi dei plantigradi e attirato frotte di turisti. Gli ambientalisti puntano il dito sull'eccessivo sfruttamento dell'area naturale, che ogni anno viene presa d'assalto da quasi quattro milioni di visitatori. «Gli animali, specialmente le orse che hanno appena partorito, sono molto sensibili alla presenza umana», spiega Jack Hanna, direttore dello zoo di Columbus; e di fatto molte hanno iniziato a dare la caccia agli "scocciatori". Gli esperti raccomandano di non avvicinarsi troppo agli animali, per non interferire con la loro quotidianità e per permettergli di vivere al meglio la stagione più delicata. 

Qualcosa di simile si sta verificando in Africa e in India. Dove gli elefanti colpiti dalla caccia indiscriminata e dal restringimento del territorio per scopi agricoli, hanno cominciato a ribellarsi attaccando in modo plateale l'uomo. Nel 2013, durante un safari africano, dei turisti sono stati attaccati da un branco di elefanti infastidito dalla loro presenza. Non ci sono stati feriti, ma la jeep dei visitatori è stata distrutta dalla furia animale. Nello stesso periodo, sempre in Kenya, una turista americana e la figlia hanno perso la vita in seguito all'attacco di un elefante nei pressi dell'hotel in cui alloggiavano. E' la prova che gli animali non si limitano a difendere il proprio areale ma si spingono fino ai luoghi abitati, apparentemente consapevoli che il problema debba essere risolto alla radice. Il Time ha diffuso la notizia di un attacco mortale ai danni di Steve Irwin, un cacciatore di coccodrilli: aveva disturbato una razza durante le riprese per la registrazione di un documentario sulla barriera australiana. 

Simile il destino di un giovanissimo della Florida, divorato da un alligatore, mentre era a spasso lungo il Dead River. Sono casi eccezionali, ma gli scienziati lanciano l'allarme: se l'uomo continuerà a impattare in modo così spregiudicato e violento sull'ambiente, il fenomeno potrà solo aumentare rendendo pericolosa qualunque escursione nei territori "vergini". Le stime dicono che ogni anno almeno 100mila persone sono vittime di attacchi da parte di animali selvatici. L'uomo riesce spesso a scamparla, ma i numeri suggeriscono che si è già passata una certa soglia, e che è necessario valutare nuovi sistemi comportamentali per poter visitare luoghi incontaminati senza interferire pesantemente sulle specie autoctone. 

mercoledì 7 giugno 2017

I Signori degli anelli


Un tuffo nei misteriosi anelli di Saturno, a 124mila km/h. La sonda Cassini è riuscita nell'intento di penetrare la coltre di polveri e detriti che circonda uno dei più spettacolari pianeti del sistema solare, per fare luce sulla loro natura. E' la sua ultima missione: il 15 settembre 2017 compierà, infatti, un viaggio di non ritorno verso il cuore del corpo celeste, dopo venti anni di onorata carriera. Le foto che ha spedito parlano di un'atmosfera saturniana più calda del previsto e di un gigantesco uragano in corrispondenza del polo nord del pianeta, dove soffiano venti ad altissima velocità. La missione permette, dunque, di riconsiderare la storia e le caratteristiche degli anelli planetari. Di cosa si tratta? Sono polveri, detriti, cristalli di ghiaccio, massi, che orbitano intorno a un pianeta, proprio come fa un satellite soggetto alle leggi kepleriane. Si pensa che siano appannaggio di Saturno, ma non è così. Senza dubbio a ridosso del sesto pianeta del sistema solare risultano particolarmente visibili, tuttavia sono una prerogativa anche degli altri giganti gassosi: Giove, Urano e Nettuno. E da poco si ipotizza che possano rappresentare anche lune e asteroidi. Uno studio pubblicato nel 2008 da Geraint Jones, dell'University College di Londra, a capo del team che coordina le operazioni di Cassini, racconta di Rhea, un satellite di Saturno, di appena 1.500 chilometri di diametro; intorno al quale orbiterebbero detriti e polveri, a circa 6mila km dal cuore della luna saturniana. Così accadrebbe in prossimità di Chariklo, fra i più importanti dei Centauri, asteroidi che danzano intorno a Giove e Saturno; un tempo comete, ma oggi potenzialmente caratterizzati da sottili anelli di materiale roccioso.

Che siano pianeti, satelliti o asteroidi, la formazione di anelli parrebbe dovuta a due fenomeni: la collisione fra oggetti del sistema solare o la distruzione di un corpo celeste dovuta al superamento del cosiddetto "limite di Roche". Il primo caso si riferisce all'impatto fra due corpi celesti. La storia dell'astronomia è ricca di eventi di questo tipo. La Luna potrebbe essersi generata in questo modo, e anche l'asse tanto inclinato di Urano (di 98 gradi, contro i 23 gradi terrestri) potrebbe derivare da uno scontro fra titani cosmici. Se, però, non si genera un satellite e non si instaura un piano di rotazione anomalo, l'urto potrebbe determinare la nascita dei caratteristici anelli che seguono un'orbita precisa, obbedendo alla forza di gravità. Un oggetto qualunque proveniente dai confini del sistema solare può impattare sulla superficie di un normale corpo celeste; e il risultato può essere la disintegrazione dell'oggetto più piccolo che, ridotto in frammenti, finisce per essere catturato dal campo gravitazionale del corpo di dimensioni maggiori, trasformandosi in uno o più anelli. Il limite di Roche, invece, prende il nome dallo scienziato Edouard Albert Roche, nato a Montpellier il 17 ottobre 1820. Si occupò di Saturno e il suo lavoro è ancora oggi ricordato per le conclusioni relative al mistero degli anelli saturniani. Indicò un limite chilometrico oltre il quale un satellite non è più in grado di mantenere la sua stabilità. Pensiamo alla Luna. Se il suo piano orbitale dovesse abbassarsi sempre più, finirebbe per essere "triturata" dalla gravità terrestre; significa che le forze di coesione (che tengono insieme gli elementi di un corpo) verrebbero meno, a vantaggio di quella gravitazionale (o meglio, delle "forze di marea", effetto secondario della forza di gravità). Si presume che sarà quello che accadrà a Phobos, satellite di Marte, fra cinquanta milioni di anni.

Dunque, gli anelli di Saturno e degli altri pianeti gassosi potrebbero derivare dal disequilibrio fra forze differenti, che alla fine impedirebbero a una luna di continuare a girare intorno a un pianeta o addirittura ne comprometterebbero fin dall'inizio la sua formazione. Oltre il limite di Roche, invece, le condizioni consentono ai detriti di compattarsi e formare un satellite; così si sono formati la Luna (distante dalla Terra 384mila chilometri), Europa, Io, Ganimede, Titano. Il limite di Roche varia pertanto da pianeta a pianeta. Giove lo possiede a 175mila chilometri di distanza dalla superficie; Nettuno a 59mila. Altra particolarità: in prossimità degli anelli possono presentarsi dei "satelliti pastore", strettamente legati alla sopravvivenza degli anelli planetari; interferiscono con essi a livello gravitazionale e consentono la formazione di spazi chilometrici fra uno strato detritico e l'altro. Prometeo e Pandora sono due esempi, in corrispondenza dell'anello più esterno di Saturno, spesso non più di cento chilometri. Entrambi scoperti nel 1980 dalla sonda Voyager, presentano una forma schiacciata e una superficie porosa, e ogni quindici ore si avvicinano o allontanano dalle polveri. Lo stesso fenomeno è riscontrabile su Giove e Urano con i satelliti pastore Metis, Adrastea, Cordelia e Ofelia. Cambia tutto però se si considera uno degli enigmi più intriganti dell'astronomia: le stelle doppie. Sono corpi celesti che brillano di luce propria e che, in pratica, orbitano uno intorno all'altro. In questo caso non sussiste un vero limite di Roche poiché le masse dei due soli possono fondersi fra loro, scambiandosi parti di materia.  

Occhio alla cometa
Altrettanto affascinanti sono le comete, oggetti spaziali che girano intorno al sole compiendo tragitti fortemente ellittici. Ed è questo un periodo dell'anno propizio per la loro osservazione. Ad aprile è arrivata la cometa 41P/Tuttle-Giacoini-Kresak e nella prima settimana di giugno sarà la volta della Johnson C/2015V2. Quest'ultima potrà essere vista fino a luglio anche dall'Italia con un semplice binocolo, e sarà riconoscibile per il colore verde brillante che contraddistingue la sua scia. Si muove a 120 milioni di chilometri dalla Terra e il 12 giugno sarà alla minima distanza dal sole (a 245 milioni di chilometri).

Il respiro della cometa
Anche questi corpi celesti hanno un loro modo di "respirare". In certe situazioni, infatti, emettono ossigeno, elemento strettamente legato al metabolismo degli organismi aerobi. Si è visto che transitando vicini al sole liberano vapore acqueo che, sottoposto all'azione dei raggi ultravioletti, si trasforma in atomi carichi elettricamente (ioni). Contemporaneamente il vento solare (lo stesso che genera le aurore boreali) interagisce con l'ossigeno dell'acqua allo stato gassoso, consentendole di legarsi a un altro elemento con lo stesso numero di elettroni e protoni, generando una molecola di ossigeno biatomico. La stessa prodotta dal meccanismo della fotosintesi clorofilliana che consente la vita sulla Terra da 3,5 miliardi di anni.

Il pianeta bollente

Nel frattempo non si placa la rincorsa al pianeta extrasolare più bizzarro. L'ultimo è un corpo che ruota intorno alla sua stella ogni due giorni; un astro relativamente giovane, di "appena" 1,3 miliardi di anni. E' un pianeta bollente, per via della straordinaria vicinanza alla stella, battezzato WASP-167b/KELT-13b e di dimensioni poco superiori a quelle di Giove. La scoperta è avvenuta grazie agli studiosi della Keele University di Newcastle al lavoro presso il South African Astronomical Observatory. Si è giunti alla sua individuazione tramite la consueta "analisi del transito", basata sull'osservazione indiretta del pianeta che provoca piccole eclissi facilmente perscrutabili dai nostri telescopi. 

giovedì 25 maggio 2017

Genocidio armeno: la verità "scientifica"


L'aspetto più desolante è che si continui a combattere a suon di numeri, come se da un giorno all'altro potesse saltare fuori un vero vincitore, in grado di dimostrare di avere ucciso meno persone. La combutta s'è inasprita dopo la dichiarazione del Papa, che si riferisce al genocidio armeno come "la prima grande tragedia del secolo". La risposta di Ankara non si è fatta aspettare: otto milioni di indiani d'America, gli italiani in Libia, i francesi in Algeria… Insomma, i cristiani, che predicherebbero bene, ma razzolerebbero male. Fu il Parlamento europeo a ufficializzare il termine "genocidio" nel 1987, invitando fin da allora la Turchia ad ammettere le proprie colpe.

Non spetta certo a un giornale di natura occuparsi di casi diplomatici come questo, che peraltro non fanno che destabilizzare il già precario equilibrio fra occidente e oriente; tuttavia è proprio dall'incompetenza a livello "scientifico" che spesso i fatti di cronaca rischiano di essere filtrati in modo impreciso, compromettendo la possibilità di dialogo. Quando insorgono attriti di natura politica e sociale, si ha a che fare con retroscena culturali, storici e antropologici, che vengono trascurati, e che se fossero analizzati adeguatamente potrebbero portare a vedere le cose da un nuovo punto di vista, facilitando la disanima. I genocidi hanno costellato la parabola umana, inutile nasconderlo, ma è controproducente che si continui ad avere un approccio pressappochista agli orrori della storia. Per capire in che modo si è consumato il lungo conflitto turco-armeno è dunque necessario valutare una serie di aspetti sociali che rimandano agli albori della civiltà.

La Turchia, questo è il succo della questione; la sua geografia. Non è un caso che venga anche definita la culla della civiltà. Qui, di fatto, nasce l'Europa e il mondo di oggi. Qui si sono alternati persiani, macedoni, parti, bizantini, e prima ancora i discendenti dei primi uomini moderni. Da qui sono partiti gli antenati degli azerbaigiani, dei cumani ungheresi, dei tuvani russi e cinesi e di decine di altre popolazioni. La Turchia costituì il ponte ideale per la prima conquista dei Balcani e del Caucaso. Se la giocarono gli antichissimi abitanti dell'Anatolia e i rappresentanti della cosiddetta cultura Kurgan, che corrisposero alla diffusione del paradigma indoeuropeo, padre di tutti noi. Ecco perché la Turchia è ancora oggi di difficile comprensione dal punto di vista globale e perché i dissapori fra i diversi substrati etnologici non capitolano definitivamente.

E' difficile parlare di popolazioni turche, perché non esiste una sola popolazione, ma un potpourri di matrici etniche. Attualmente il melting pop turco è rappresentata da oltre settanta milioni di persone, ma gran parte di esse sono di origine greca, curda, ebrea, bulgara; c'è il popolo dei laz, turco-georgiano e dei circassi, proveniente dalla Russa meridionale. Senza contare che ogni giorno lavorano e vivono regolarmente all'ombra delle moschee di Istanbul 100mila armeni. La domanda, dunque, è la seguente:perché cento anni fa Mustafa Kemal Ataturk, primo presidente della Turchia, se la prese proprio con gli armeni?

La risposta è (relativamente) semplice: gli armeni erano sostenuti dal governo russo che fin dalla seconda metà dell'Ottocento voleva "spillare" territori agli ottomani e magari riuscire anche a imporre la propria legge sul governo della ridente capitale del Bosforo. Peraltro gli antichi coloni della Frigia (di cui sono figli gli abitanti facenti capo a Erevan) erano i progenitori del grande Regno d'Armenia che dalle acque del Mar Caspio scivolava fino a quelle del Mediterraneo. Gli armeni erano ovunque.

I turchi coinvolsero i curdi nella battaglia contro quelli che cominciarono a essere considerati come degli intrusi, e con la nascita dei Giovani Turchi (movimento politico della fine del diciannovesimo secolo, guidato da Ismail Enver, pronto a allearsi con i tedeschi), poco prima del primo conflitto mondiale, il disastro ebbe inizio. Risultato: un milione e mezzo di morti (anche se le ultime stime degli storici si fermano a 800mila). E' difficile, dunque, capire dove finisce e dove inizia il concetto di genocidio. Il problema verte sulla sistematicità dell'operazione di sterminio.

Nell'Olocausto hitleriano è evidente il tentativo di sterminare gli ebrei, in questo caso, secondo il governo turco, no. E lo proverebbe il fatto che numerosi armeni presenti a Istanbul al momento della deportazione oltre i confini anatolici, non subirono violenze. Ecco perché Erdogan, dodicesimo presidente della Turchia, è contrario alla posizione del Papa, che sposa la tesi comunemente accettata da tutti del primo vero genocidio della storia. Stati Uniti compresi. Il confronto prosegue in questi giorni con l'Europarlamento che parla chiaro: no al negazionismo. Ma intanto i turchi non mollano e l'hackeraggio ordito da un gruppo di cyber professionisti ai danni della Santa sede, potrebbe essere solo l'inizio di un nuovo paradossale scontro fra est e ovest.

martedì 16 maggio 2017

Come vincere il mal d'amore


«Il cervello è come un gatto addormentato. Il sistema può scatenarsi nel giro di pochi minuti. La maggior parte di noi continua a innamorarsi, anche tre o quattro volte nella vita». Sono le parole di Helen Fisher, antropologa e studiosa del comportamento presso l'Indiana University, negli Stati Uniti. Significa che periodicamente siamo destinati a provare sentimenti come la passione, l'infatuazione, la rabbia e la delusione per una storia finita; indipendentemente dalle nostre volontà. Ma c'è un nuovo studio che chiarisce i meccanismi del cuore, suggerendo che ognuno di noi, con opportuni esercizi, può modificare i sentimenti in modo da fare durare di più l'amore o, al contrario, nel caso di un rapporto difficile, di farlo finire il più in fretta possibile. E' l'esperienza maturata dai ricercatori Sandra Langeslag della University of Missouri-St. Louis, in Usa, e Jan van Strien della Rotterdam University, in Olanda. 

Hanno coinvolto quaranta persone in un test; metà nel pieno di una storia d'amore, l'altra al termine di una relazione. Sono state sottoposti alla visione di trenta foto dei rispettivi partner o ex. E quel che è emerso induce gli scienziati a credere che sia realmente possibile "regolare l'amore". Come? Con la tecnica della "rivalutazione". Vuol dire imparare a ragionare solo sugli aspetti positivi di un rapporto. Può sembrare banale ma le analisi delle onde cerebrali mettono in luce un netto miglioramento dell'umore in seguito alla "up-regolation", appunto, il pensiero positivo, in contrasto con la "down-regolation". «Non è un'illusione», dice Langeslag, «il sentimento d'amore può crescere o diminuire in base alla capacità di concentrazione e al riferimento a piacevoli sensazioni amorose». E le prospettive sono quelle di curare ogni tipo di emozione: «Siamo potenzialmente in grado di influenzare qualunque sentimento», racconta Holly Parker, docente di psicologia della Harvard University. 

Sono considerazioni importanti se si pensa che la mente di un innamorato frustrato è simile a quello di una persona sofferente di crisi ossessive compulsive; in entrambi i casi, infatti, il cervello presenta scarse quantità di proteine necessarie al trasposto della serotonina, ormone fondamentale per il benessere della mente. Non a caso c'è chi sostiene che le pene del cuore possano essere contrastate con farmaci che normalmente vengono assunti da chi soffre di sintomi nevrotici. O medicamenti più blandi, ma comunque con qualche effetto collaterale. Come quello recentemente ottenuto da esperti dell'Università di Graz, in Austria, da un albero che cresce in Costa d'Avorio, indicato per chi soffre di "stress romantico". La pillola d'amore punta sull'azione dei principi attivi contenuti nella Griffonia simplicifolia, perlopiù vitamine, E, B, e B6. C'è anche molto triptofano, amminoacido (molecola base delle proteine), un precursore della serotonina, e dunque perfettamente calibrato per alleviare i dispiaceri. A questa stregua, però, i farmaci potrebbero essere evitati. 

Basterebbe, infatti, il pensiero. Un pensiero di un certo tipo, nel quale crede anche James Gross, professore della Stanford University: «Con i dovuti esercizi chiunque può essere in grado di cambiare radicalmente il modo di vedere le cose; modificando la risposta emotiva nelle relazioni sociali». Strada percorsa anche da Sigmund Freud, padre della psicanalisi, il quale sosteneva che la mente può controllare molte emozioni, non solo legate all'ansia e alla paura. E' su questi aspetti, peraltro, che si concentra la terapia cognitivo-comportamentale, tarata per vincere le nevrosi, ma non in modo esplicito i contraccolpi suscitati da un amore non corrisposto; o non equilibrato. O peggio, alla base di comportamenti aggressivi come lo stalking. Langeslag, infine, rimanda alle relazioni che funzionano, ma che con l'"up-regolation" potrebbero andare meglio; durando in ogni caso più di quanto non accadrebbe elucubrando negativamente. Perché le spine possono insorgere anche infatuandosi di qualcuno, ricambiati; accusando sensazioni ansiogene, angoscianti, di stress. 

Quel che succede anche nelle storie altalenanti, dove l'affettuosità rischia talvolta di essere sostituita dalla cosiddetta "affezione ansiogena" che potrebbe infine portare alla "affezione repulsiva", anticamera della separazione. Oggi le indicazioni di Langeslag confermano l'importanza di un approccio più approfondito alle storie romantiche. Che rispetto ai decenni passati sembrano molto più fragili. L'Università di Pavia ha condotto uno studio dicendo che l'amore in una coppia si esaurisce, in media, dopo un anno. Focus, la proteina NGF, Nerve Growth Factor, responsabile della tipica eccitazione che subentra durante le prime fasi dell'innamoramento. Si è visto che dodici mesi dopo il primo appuntamento i suoi livelli crollano. Ma non tutto è perduto. L'innamoramento se ne va, ma può subentrare un sentimento d'affetto meno eccitante, ma più stabile, che con i suggerimenti forniti dalla Langeslag potrebbe (forse) trasformarsi nel sogno di tutti: l'amore eterno.  

I danni fisici
Storie finite e dolori che si trascinano. Il mal d'amore, però, non è solo un problema dell'anima, ma anche del corpo. Ne sono convinti gli studiosi dell'American Heart Association che hanno evidenziato una serie di conseguenze tipiche di chi si è appena lasciato; e che ricadono sotto un nominativo specifico da poco introdotto in campo medico: la cardimiopatia di Tako-tsubo. Detta anche sindrome del cuore spezzato contempla non solo problemi di natura cardiovascolare, ma anche insonnia, aumento del cortisolo (ormone dello stress), indebolimento del sistema immunitario e del cuoio capelluto, inappetenza. Le sensazioni amorose stimolano le stesse aree legate all'assunzione di sostanze stupefacenti, per cui la fine di una storia può anche essere assimilata a una condizione di grave astinenza.

Amori senili
Il paese invecchia, l'età media si allunga e… anche l'amore. Gli amori senili sono sempre più frequenti, con storie di cuore che cominciano oltre i 65 anni di età. Una felice notizia perché i primi studi sull'argomento affermano che gli over 65 innamorati sono quelli che vivono più a lungo e stanno meglio in salute. Per i gerontologi italiani l'innamoramento è pertanto un "esercizio" pari a quello fisico e utile quanto l'attenzione che andrebbe riservata a tavola. Le statistiche confermano questa tendenza. Un recente sondaggio condotto su over 70 ha evidenziato che l'attività sessuale può essere soddisfacente, con un paio di rapporti ogni due mesi. Anche la psiche ne beneficia. Tutte le coppie con una relazione stabile e rapporti periodici si definiscono felici e serene.

La filosofia del sentimento
Alain de Botton, scrittore svizzero, ne è convinto: l'amore si cura anche con la filosofia. Partendo dal presupposto che il sentimento è parte integrante dell'esistenza e che non si dovrebbero osservare solo i momenti idilliaci o quelli più disastrosi; ma occorrerebbe soffermarsi sulla gran parte del tempo dedicato a una relazione che di solito non riguarda né la fase iniziale "euforica", né quella "drammatica" finale. «E' fondamentale sapere esplorare la via di mezzo fra le giornate di sole e il tutto grigio», dice de Botton, battezzato non a caso il filosofo dei sentimenti. Occorre guardare a una storia d'amore come si contempla un viaggio che ha un inevitabile inizio e (teoricamente) un termine. Così è possibile dare un senso "filosofico" alle bizzarrie del cuore che, per quanto possano regalare i momenti più memorabili di un'esistenza, non dovrebbero mai mostrare il lato più oscuro.