martedì 30 novembre 2010

FUMETTI RECORD


Il primo fumetto di Batman è stato venduto in USA per 500mila dollari. Stampato nel 1939 in 250mila copie, (all'interno della collana Detective Comics), ne rimangono oggi solo 150. Il venditore è un americano di Sacramento, Robert Irwin, che l'ha acquistato a 13 anni, e tenuto fino a oggi in ottime condizioni. Ma il vero record spetta a Superman. Qualche mese fa il numero 1 di Superman, risalente al 1939, è stato venduto per 1,5 milioni di dollari sul sito d'aste online ComicConnect.com.

sabato 27 novembre 2010

FOTOSINTESI ALIENA

Fior di Loto (Nelumbo nucifera)

Ha foglie grandi e cerose, impermeabili all'acqua; i fiori rosa, appariscenti, con un ricettacolo centrale rigonfio e spugnoso. Molte civiltà del passato lo ritenevano un fiore sacro, simbolo di purezza. In India rappresenta ancora oggi i centri energetici del corpo umano, i chakra. In generale, però, ha perso il suo alone "spirituale", benché continui ad affascinare chiunque per le sue caratteristiche uniche. Il riferimento è a una delle più belle piante acquatiche italiane: il fiore di loto (Nelumbo nucifera). Il vegetale cresce soprattutto fra le acque del Mincio, fiume settentrionale del Belpaese che, in corrispondenza di Mantova, forma tre piccoli laghi: Superiore, di Mezzo, Inferiore. Presente in Italia da nemmeno cento anni (è stato introdotto nel lago Superiore nel 1921 da una giovane studentessa di scienze naturali, Maria Pellegreffi), la specie proviene dal sud-est asiatico e dall'Australia, dove è coltivata da millenni. Viene dunque detta alloctona (o aliena), per differenziarla dalle piante autoctone che crescono nelle nostre regioni da sempre. Altre specie che arrivano da lontano sono per esempio il pino strobo (Pinus strobus), introdotto in Italia dal Nord America nei primi anni dell'Ottocento; il gelso di carta (Broussonetia papyrifera), arrivato in Italia dall'Asia verso la fine del Settecento; il platano comune (Platanus hispanica), osservato per la prima volta in Spagna nel XVII secolo. Ma sono solo una minuscola parte delle tante specie che stanno ormai colonizzando il nostro territorio.

Ailanto (Ailanthus altissima)

Come arrivano da noi le specie aliene? Molte vengono deliberatamente introdotte sul territorio, coltivate nei giardini o negli orti botanici. Poi inselvatichiscono. Altre arrivano accidentalmente, in seguito agli scambi commerciali. L'ailanto (Ailanthus altissima) – un albero di 25 metri di altezza, con radici lunghe più di 30 metri - è giunto in Italia dalla Cina per nutrire i bachi da seta. La robinia (Robinia pseudoacacia) – che caratterizza soprattutto le aree verdi settentrionali (i boschi di robinia in Piemonte coprono una superficie pari a 85mila ettari) - è approdata in Italia dagli USA, per consolidare i terreni e prevenire frane e smottamenti; in pochi anni s'è diffusa ovunque, offrendo grandi quantità di legna da ardere, ma favorendo anche lo sviluppo di roveti che creano barriere naturali all'uomo e agli animali. La caulerpa (Caulerpa taxifolia) - un'alga che ha invaso tutto il Mediterraneo con stoloni lunghi quasi tre metri - è arrivata in Italia perché utilizzata come decorazione per gli acquari; ma il vegetale è compreso nell'elenco delle 100 specie aliene più dannose del mondo. Altrettanto dannose sono l'ambrosia (Ambrosia artemisiifolia) che provoca pesanti allergie e crisi d'asma, e le varietà inselvatichite di riso coltivato (Oryza sativa) che arrecano seri danni alle risaie con grandi ripercussioni economiche. Tutte le specie aliene, comunque, compromettono l'esistenza di quelle autoctone. Il rapporto annuale pubblicato da Diversity and distribution nel 2009 sottolinea il grave danno arrecato da piante come la yucca comune (Yucca gloriosa) originaria del Messico, Caraibi e California, e lo zenzero (Zingiber officinale), proveniente dal Nepal e dall'India. La prima appartiene alla famiglia delle agavacee ed è una delle piante di appartamento più conosciute, rappresentata da vegetali con le foglie appuntite prive di spine, di colore verde lucido; la seconda fa parte delle zingiberacee ed è tipicamente rappresentata da specie erbacee provviste di un rizoma carnoso e da foglie lanceolate. Il rapporto analizza 52mila località urbane e agricole in Europa. Risultato: in Italia ci sono circa mille nuove specie, il 10% del totale, provenienti da un paese lontano, un esercito di nuove erbe, arbusti e alberi d'alto fusto, pronto a invadere ogni nicchia ecologica. La regione con il maggior numero di piante esotiche è la Lombardia. Ce ne sono più di 600: il Museo di Milano ne ha contate esattamente 619, 250 solo a Milano. Alcune sono qui da molti anni. La robinia e l'uva turca (Phytolaca amaerican) vengono citate anche da Alessandro Manzoni: a Brusuglio, l'autore dei Promessi Sposi, amava dedicarsi al giardinaggio, e probabilmente contribuì attivamente alla diffusione della cosiddetta gaggia. Alla luce di ciò si comprende il motivo per cui gli esperti dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (UICN) lanciano l'allarme: circa 2300 specie vegetali locali sono a rischio di estinzione. 64 sono già scomparse. Sulle Alpi l'invasione di specie aliene è ancora più severa, poiché l'habitat montano è molto suscettibile ai cambiamenti climatici. A livello mondiale sono circa mille le specie esotiche che hanno conquistato le alte quote. Secondo uno studio condotto da CIPRA (Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi) il 45% delle specie montane è a rischio e potrebbe scomparire entro il 2100. «Le piante di montagna sono strette da due fuochi» rivelano i botanici del CIPRA «da una parte sono in fuga verso altitudini maggiori, dall'altra queste piante vedono il loro ecosistema invaso da specie provenienti dalle quote più basse». 

Ginestra (Ginestra scoparius)

La conquista degli habitat italiani da parte di specie vegetali alloctone inizia nel Neolitico, ultimo periodo dell'età della Pietra: le cosiddette “archeofite” giungono nelle nostre regioni in un periodo compreso fra 10mila anni fa e la scoperta dell'America; le “neofite” arrivano dal 1492 in poi (e sono la stragrande maggioranza). Il sopraggiungere di nuovi vegetali in Italia è favorito dai cambiamenti sociali, come la nascita dell'agricoltura e lo sviluppo dei primi insediamenti fissi. L’esportazione di frumento e orzo dalla Mezzaluna fertile trascina con sé numerose specie “opportuniste”, alcune delle quali estremamente dannose: è il caso di fiordaliso (Cyanus segetum), papavero (Papaver rhoeas), camomilla (Matricaria chamomilla) e zizzania (Lolium temulentum), tutte di probabile, antichissima origine anatolica. «Da allora ha preso l'avvio un fenomeno esponenziale, che ai nostri giorni ha raggiunto livelli inimmaginabili, creando grossi problemi», raccontano gli esperti del Museo di Storia Naturale di Milano. Queste specie, infatti, stanno progressivamente alterando gli ecosistemi italiani, interferendo con i delicati equilibri ecologici coinvolgenti tutte le specie viventi, diffondendosi a grande velocità e dando vita ad ecosistemi atipici: «A un'avanguardia di vegetazione autoctona ormai disorganizzata, indebolita e compromessa, le aliene rispondono espandendosi e conquistando passo a passo il territorio», precisano i botanici milanesi. A questo punto, però, sorge un interrogativo: così come molte specie invadono l'Italia, è possibile che anche alcune delle nostre piante finiscano per “contaminare” altri territori? Assolutamente sì. «Si tratta, infatti, di un fenomeno reciproco, analogo a quello della globalizzazione in ambito culturale», spiegano i ricercatori del Museo di Storia Naturale di Milano. «Sono numerose le piante italiane che creano problemi, anche economici, in altre parti del mondo». Per esempio ci sono il finocchio (Foeniculum vulgare), la salcerella (Lythrum salicaria), i cappellini comuni (Agrostis stolonifera) e le ginestre (Cytisus scoparius e Spartium junceum); quest'ultima, in particolare, è fortemente invasiva sulle Ande, dove colonizza "a tappeto" tutti i bordi stradali superando i 3mila metri di altitudine. Ma non tutte le specie italiane riescono ad avere successo “all'estero”. Dipende dalla natura dei semi, e dalle differenze climatiche che caratterizzano i vari habitat terrestri. In Italia giungono semi di numerosissime specie, ma soltanto pochi riescono a germinare, e ancora meno sono quelli che riescono ad “ambientarsi”. «La loro strada sulla via dell'integrazione e della "scalata sociale" è in salita», dicono i ricercatori milanesi, «come nel caso degli immigrati, e per giungere sino all'ultimo gradino (invasività) devono superare ben sei barriere ecologiche, da quella geografica a quelle climatica, riproduttiva e ambientale; fortunatamente, la maggior parte dei nuovi arrivati è destinata a non avere successo. Ovviamente il limite climatico è fondamentale: piante originarie di paesi nordici o tropicali, come il baobab, non si ambienteranno mai in Italia, a meno di profondi cambiamenti climatici; quelle nordamericane o cinesi, invece, sono numerosissime». Spesso la conquista vegetale di nuovi areali avviene in compagnia di animali, anch'essi responsabili di gravi problemi ambientali. Sono numerosi gli insetti che giungono sul nostro territorio assieme alle piante. Emblematici i casi della farfallina dei gerani coltivati (Pelargonium spp.), Cacyreus marshallii, che crea infestazioni nelle serre o sui balconi, o i temibilissimi punteruolo rosso (Rhynchophorus ferrugineus) e tarlo asiatico (Anoplophora chinensis), che, rispettivamente, stanno minacciando e distruggendo quasi tutte le palme delle nostre coste e i boschi e parchi della Lombardia nordoccidentale.

mercoledì 24 novembre 2010

Quante volte facciamo scorrere l'acqua del WC?


Dal grafico verifichiamo che la maggior parte di noi tira lo sciacquone ogni volta che va in bagno. In una percentuale minore fa scorrere l'acqua ogni due capatine alla toilette. (C'è poi chi si attiva solo quando la situazione sta per precipitare!). In realtà, se non facessimo scorrere l'acqua ogni volta che andiamo in bagno, potremmo risparmiare grandi quantitativi di questo bene prezioso: 6,6 miliardi di galloni di acqua al giorno (1 gallone corrisponde a 3,79 litri), vale a dire 2,4 trilioni di galloni all'anno. A questi risultati è stato possibile arrivare constatando che circa 3,3 miliardi di persone usano quotidianamente una toilette, ogni persona fa pipì circa cinque volte al giorno e un bagno normale utilizza fino a 12 litri di acqua per “riossigenare” il water. Uno studio analogo ha messo in luce che si può risparmiare acqua, liberando la vescica mentre si fa la doccia: in questo modo si ottiene un risparmio di 4.380 litri di acqua ogni anno. Ci si muove comunque anche dal punto di vista pratico. A New York in questi giorni è stato, infatti, presentato un disegno di legge che impone a tutti i nuovi edifici l'installazione di “servizi igienici con pulsanti separati per solidi e liquidi”. Il riferimento è a un WC che permette di attivare due sciacquoni: il primo, con un getto più parsimonioso da 0,9 galloni di acqua, il secondo con un getto più potente di 1,6 galloni.

domenica 21 novembre 2010

LA STORIA DEL BRIDGE

Recentemente il presidente di un'associazione dilettantistica di bridge, in Val d'Aosta, ha inoltrato al ministro dell'Istruzione una proposta: introdurre nelle scuole il noto gioco di carte. Il motivo? Rafforzerebbe l'intelligenza, favorirebbe la concentrazione e aiuterebbe i ragazzi a ragionare. Non è una novità: altri plessi scolastici hanno già predisposto questo tipo d'insegnamento, soprattutto all'estero, proprio perché farebbe bene al cervello degli scolari e li porterebbe ad apprendere meglio le materie insegnate in aula. Il gioco, del resto, è seguitissimo anche in Italia: si è appena conclusa la fase di qualificazione ai campionati italiani a coppie miste ed ora sono in corso semifinali e finali. Ma come si gioca correttamente a bridge? Quattro giocatori formanti due coppie contrapposte, utilizzano due mazzi da 52 carte francesi (prive di jolly), col dorso colorato in modo differente. I componenti di ciascuna coppia si dispongono al tavolo, a croce, uno di fronte all'altro: il tavolo ideale ha dimensioni standard comprese fra 80 e 100 centimetri per lato. Una partita in media dura dieci minuti. Due le fasi principali dello "scontro", finalizzate all'ottenimento del maggior numero di punti, tenuto conto che la "scala" delle carte è: asso, re, donna fante, 10-9-8-7-6-5-4-3-2; i primi cinque sono i cosiddetti "onori". Nella prima - dopo aver dichiarato il via ufficiale - si stipula un "contratto": in pratica una delle due coppie s'impegna a conseguire un determinato numero di prese, partendo da un minimo di 6 prese: per ogni mano ci sono 13 prese possibili (corrispondenti alle 13 carte ricevute dal mazziere). Con la "licitazione" ogni coppia, con un susseguirsi di dichiarazioni da parte di ciascun giocatore, cerca di imporre il proprio gioco all'altra coppia (se nessuno dichiara e tutti fanno "passo", si va "a monte" e si dà inizio a un'altra smazzata): il concetto fondamentale della licita è quello di acquisire il più possibile informazioni, sia dal compagno che dagli avversari, cercando nello stesso tempo di offrire meno informazioni possibili sulle proprie carte agli sfidanti. La licita può essere considerata "la mente" del bridge. Di solito si stabilisce un seme, assunto come briscola, ma si può anche farne a meno (dando un valore specifico alle singole carte). Nella seconda parte si dà il via alla sfida, e quindi al gioco vero e proprio, in cui ci si comporta in modo analogo a quanto avviene con altri giochi di presa come, per esempio, il "tresette". La partita (rubber) viene vinta dalla coppia che per prima avrà fatto due mezze partite: per fare mezza partita (manche) occorrono 100 punti. Il grande slam avviene quando la coppia che ha vinto la licitazione fa tutte e 13 le prese e quindi dà cappotto all'avversario. Si può affrontare la "partita libera" (rubber bridge) o il "bridge duplicato": quest'ultima variante è la più gettonata, perché consente di organizzare sfide in cui i partecipanti al gioco si confrontano con le stesse distribuzioni di carte, così da ridurre sensibilmente "la carta" fortuna e aumentare quella legata all'abilità del giocatore. Il cosiddetto bridge agonistico è praticato in gare, a coppie o a squadre, che si svolgono con un meccanismo di comparazione dei risultati ottenuti. A livello di World Bridge Federation esistono tre categorie di Masters: Grand Masters,World Masters e Life Masters; mentre a livello di European Bridge League, esiste la categoria di Masters.


Quando si inizia a giocare? La storia del bridge comincia in Inghilterra negli ultimi decenni del XIX secolo, ma le sue origini sono più remote. Probabilmente il gioco deriva dal "Whist", passatempo praticato nel Regno Unito fin dal 1600. Nel 1873 a Buyukdere - sul Bosforo - nasce il "Whistbridge", molto simile al bridge moderno. Nel 1892 il baricentro evolutivo del bridge si sposta in USA, dove John Templeton Mitchell pubblica il primo volume ufficiale sulle modalità del gioco agonistico: la scala gerarchica dei colori è ancora quella classica del poker, ogni presa oltre la sesta, vale 12 punti se realizzata senza briscola; ma si parla per la prima volta di "match-pointing", metodo ancora oggi in voga. Il gioco approda a Chicago e a New Orleans. Si disputa il primo incontro fra club a Filadelfia. Nel 1904 nasce l'"Auction bridge", e in Francia il "Plafond bridge". Il 16 gennaio del 1904 appare sul Times un compendio delle nuove regole di gioco, riprese due anni più tardi anche da un articolo pubblicato sul Daily Mail. Gran parte della fortuna del bridge viene ricondotta alle innovazioni introdotte dal grande giocatore americano Milton Work, nel 1914. Nel 1922 nasce la prima rivista specializzata "The Auction Bridge Magazine" e nel 1927 si forma la prima Federazione nella storia del gioco: "The American Action Bridge League". Altri cambiamenti subentrano nel 1925, quando, durante una crociera che attraversa il Canale di Panama, il miliardario statunitense Harold Stirling vincitore di 3 America's Cup, la scala gerarchica dei colori diviene quella dei nostri giorni con le picche che dominano sugli altri semi. La regolamentazione definitiva del gioco è del 1932, tramite gli accordi presi fra il Portland Club, il West Club di New York e la Commission francaise du bridge, centri clou del gioco di origine anglosassone. A questo punto il bridge diviene il "signore" incontrastato di tutti i giochi di carte. Il primo campionato europeo è del 1937. In Italia, il bridge, prende piede negli anni Trenta, con la costituzione delle prime Leghe Nazionali e i vari Organismi internazionali che coordinano le gare e i campionati. Nel 1939 l'Associazione Italiana Bridge - per via di perentorie intimidazioni di alcuni importanti personaggi politici, e per la necessità di rendere "puro" e patriottico ogni nome - cambia denominazione sociale in "Associazione Italiana Ponte". Nel 1993 la cambia ancora nome e diviene "Federazione Italiana Gioco Bridge" (FIGB). Il nome indica il "ponte" ideale che viene a formarsi fra i compagni di coppia, anche se alcuni storici riconducono il nome a una modificazione eufonica del termine russo "Biritch", con cui veniva denominato nel XIX scolo un gioco simile al bridge classico. C'è chi invece lo fa risalire al fatto che gli addetti dell'ambasciata inglese a Costantinopoli, per andare a giocare al caffè "Le Khédive", dovevano ogni giorno attraversare il "Galata Bridge" che univa le due città di Galata e di Pera. Oggi il bridge è seguitissimo e coinvolge nel mondo più di 1.500.000 di professionisti e decine di milioni di appassionati. Le gare più importanti avvengono in club o in palazzetti dello sport adibiti per l'occasione al gioco di carte. Il bridge si è affiliato come Federazione al CONI nel 1992 e da allora viene definito come un "elegante forma di sport mentale".

sabato 20 novembre 2010

PITONI DIVINI

Le rocce individuate da Sheila Coulson

La religione? Nasce in Africa 70mila anni fa. Lo rivela Sheila Coulson dell’Università di Oslo. La scienziata ha studiato un'antica popolazione africana vissuta in un’aerea nord-occidentale del Botswana, i San, trovando manufatti che attestano la loro attività religiosa. Fra questi anche rocce che riproducono la forma della testa di un pitone, animale ancora oggi venerato nella zona. Secondo Coulson attorno a questo rettile nacque un vero e proprio culto religioso, riconducibile a una piccola grotta sul lato settentrionale delle colline del Tsodilo Hills, area identificata dagli archeologi negli anni Novanta. Prima di questa scoperta si pensava che la religione fosse nata non più di 40mila anni fa.

Video: le colline del Tsodilo Hills  

lunedì 15 novembre 2010

Delitti, omicidi e film horror. Ecco perchè non possiamo farne a meno


L'omicidio di Sarah Scazzi riporta l'attenzione dell'opinione pubblica su un fenomeno complesso, ma quanto mai reale: l'attrazione subliminale per i delitti. Perché quando si consuma una tragedia come quella di Avetrana (ma potremmo citarne mille altre, comprese quelle che hanno avuto come protagonisti la Franzoni, Erika e Omar, Pietro Maso), non possiamo fare a meno di seguire "in diretta" lo sviluppo della vicenda? Qual è il meccanismo morboso che ci tiene incollati alla tv finché non salta fuori il colpevole? Gli esperti dicono che i motivi sono più di uno. In primis abbiamo l'istinto di sopravvivenza, che sprona a informarci precisamente di ciò che è accaduto in un caso di omicidio, così da non correre lo stesso pericolo. È in funzione della selezione naturale. Siamo, infatti, programmati per confrontarci e approfondire tutte quelle situazioni potenzialmente pericolose, che potrebbero mettere a repentaglio la nostra esistenza e quindi il prosieguo della specie. C'è poi il senso di giustizia che vorremmo sempre vedere trionfare, e quindi la volontà di vedere un omicida accusato in base alle leggi correnti. L'amore per il crimine è confermato dal successo di fiction televisive come CSI, Criminal Minds, NCIS, Dexter. Molti di noi le seguono provando sollievo nel vedere l'abilità delle forze dell'ordine nel risolvere casi giudiziari complicati e omicidi efferati. Questa sensazione di "vittoria" del bene ci rincuora e ci tranquillizza. In alcuni casi, invece, è la semplice curiosità ad accendere la nostra attenzione nei riguardi dei fatti di cronaca nera e giudiziaria. Lo sanno bene i giornalisti che cavalcano abitualmente questo tipo di notizie, inventando dei titoloni per la prima pagina, sapendo che poi venderanno molto di più. Massimo Polidoro - con Piero Angela e Margherita Hack fra i fondatori del Comitato italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale (CICAP) - sul suo sito ci spiega che negli anni Novanta l'interesse per la cronaca nera ha avuto un vero e proprio boom (dopo il calo successivo ai disordini degli anni Settanta legati al terrorismo rosso e nero). "È inevitabile essere attratti da ciò che fa paura, fa parte del nostro essere creature umane. La paura, infatti, è uno dei principali strumenti di difesa dell'individuo, è uno stimolo importante per attivare quelle reazioni che ci servono per difenderci dai pericoli dell'ambiente". La vicenda di Cogne, con l'assassinio del piccolo Samuele, è un esempio eloquente. Si è protratto per anni e ancora oggi cattura l'interesse di milioni di italiani. Se la Franzoni dovesse scrivere un libro domani, dopodomani sarebbe già in testa a tutte le classifiche. Se la Franzoni domani andasse a Porta Porta, la trasmissione di Vespa otterrebbe risultati di audience straordinari. È in fin dei conti la stessa passione "maliziosa" che si prova leggendo i libri gialli, thriller, noir, che in questo momento stanno letteralmente andando a ruba, spronando le case editrici a invadere ulteriormente il mercato con sempre più titoli "sanguinolenti". Ci potrebbe anche essere una perversa attrazione per le azioni "cattive", laddove l'omicida diviene addirittura una figura in positivo, una specie di eroe, dal quale - peraltro - possono scaturire processi di emulazione. I più famosi assassini del mondo ricevono in carcere valanghe di lettere di ammiratori e ammiratrici estasiati dalle loro gesta "eroiche". E se fosse la sindrome da reality? Anche in questo ambito, in effetti, potrebbe risiedere una parte di verità in grado di spiegare il motivo per cui siamo attratti dalla paura. Siamo abituati a seguire le vicende del Grande Fratello e dunque ci siamo abituati anche a seguire in diretta eventi tragici come la scomparsa di Sarah, connettendoci minuto per minuto sugli ultimi sviluppi, per vedere come stanno andando le cose (se qualcuno verrà "eliminato"). I mezzi non mancano: giornali, internet, televideo. Eclatante l'ultimo caso di cronaca internazionale relativo ai minatori cileni, trasformatesi per l'occasione in ignari protagonisti di un assurdo talk show in diretta 24 ore su 24. Polidoro parla di "effetto catartico": "Rendendoci conto di quanto la violenza sia diffusa, può in qualche modo rassicurarci sul fatto che i nostri tempi non sono poi così terribili come sembra. Inoltre bollare un assassino come mostro o belva rivela, in fin dei conti, come un modo per difendersi per rinchiudere il male in una casella, e non ammettere che si possano trovare in mezzo a noi". A questo proposito torna utile uno studio condotto da Eduardo Andrade dell'University of California e da Joel B. Cohen dell'University of Florida. La domanda che si sono posti è la seguente: perché ci piace tutto ciò che fa orrore? Riferendoci, per esempio, a un film horror, gli scienziati hanno scoperto che gli spettatori sono felici di essere infelici, godendo delle esperienze negative e traendone beneficio, sapendo, in ogni caso, che si sta assistendo a una storia inventata che non ci procurerà alcun pericolo. In pratica la paura, l'angoscia che scaturisce da una scena terrificante, viene vissuta positivamente, trasformandosi in un sentimento che ci fa gioire e sentire più vivi. È un po’ ciò che accade anche con l'eccitazione derivante dagli sport estremi, dove all'"orrore" del rischio, fa seguito la spinta adrenalinica che offre una sensazione di benessere. Oggi, purtroppo, questo fenomeno sta arrivando ad abbracciare gesti estremi come quello di saltare da un balcone all'altro. È una moda scoppiata in alcune isole spagnole negli ultimi anni, e sta mietendo sempre più vittime: è la cosiddetta moda del "balconing". Nell'estate del 2010 ci sono stati moltissimi feriti e 6 decessi. "In questi casi il rischio è decisamente sottovalutato", racconta a Focus Alfio Maggiolini, docente di psicologia presso l'Università di Milano Bicocca. "I ragazzi qui sono incentivati dalla competizione e dall'esibizionismo". Secondo Kerry Ressler del Yerkes National Primate Research quando si ha paura di qualcosa si attivano le aree legate alle emozioni, in risposta alla necessità di mettersi alla prova: ci si impegna a resistere anche alle scene più disgustose o potenzialmente più rischiose per dimostrare a se stessi che si ha il coraggio di superare ogni tipo di prova. Da un punto di vista fisiologico la paura è figlia di un'area precisa del cervello, posta sopra al tronco cerebrale, vicino alla parte inferiore del sistema limbico: l'amigdala, dal greco "mandorla". È la parte più antica del nostro cervello, che ci accomuna addirittura ai rettili. Si può considerare la "memoria emotiva" del nostro cervello, dove viene memorizzato il "dolore", e dunque la possibilità di superarlo grazie all'esperienza. Quando scatta la paura, l'amigdala entra in gioco inviando a tutte le parti del cervello messaggi di allarme. Il corpo in questo modo si organizza stimolando la secrezione degli ormoni che innescano le reazioni di combattimento, difesa, o fuga, mobilitando i centri del movimento e attivando il sistema cardiovascolare.

sabato 13 novembre 2010

L'economia "virale" di Gladwell


MALCOLM GLADWELL (1963) lavora per il New Yorker ed è l'autore di best-seller come “Il punto critico. I grandi effetti dei piccoli cambiamenti” (2000) e “Fuoriclasse. Storia naturale del successo” (2008). Nel 2005 è stato incluso dal Time nell'elenco dei 100 personaggi più influenti. Nel 2007 ha vinto l'American Sociological Association's Award for Excellence in the Reporting of Social Issues.

Novembre 06, businessonline.it
LEI È STATO IL PRIMO A INDIVIDUARE NUOVI LEGAMI FRA MEDICINA ED ECONOMIA. MA QUALI SONO GLI ELEMENTI CHE LI ACCOMUNANO?
Il business e le malattie virali sono retti da regole simili, cioè capacità di contagio, esistenza di piccole cause che provocano grandi effetti e presenza di un punto a partire dal quale il fenomeno accelera e acquista valore.
UN ESEMPIO?
È quello delle scarpe Hush Puppies che all’inizio del 1994 vendevano solo 30mila paia l’anno e sembravano condannate a scomparire dal mercato. Fino all’arrivo dell’ondata virale, scatenata da un gruppo di ragazzi dell’East Village e di Soho, tra i pochi appassionati alle Hush Puppies.
COSA È SUCCESSO?
Nel ‘95 furono presi come modelli da due case di moda, scatenando la diffusione del marchio; in un anno furono vendute 430mila paia di scarpe. Cifra che quadruplicò nei dodici mesi successivi e che valse alla società il premio “Fashion Accessory of the Year” assegnato dal Council of Fashion Designers of America”.
COME SI POSSONO INDIVIDUARE IDEE E PRODOTTI IN GRADO DI DIFFONDERSI IN MANIERA VIRALE?
Per scoprire come un prodotto possa contagiare su scala massiva la gente è fondamentale investigare il pubblico al quale si mira e i suoi bisogni, anche inespressi. La semplicità è stata l’arma vincente su cui ha puntato Apple per scatenare la moda dell’iPod.

Febbraio 04, ted.com
UNO DEI TEMI CENTRALI DELLA TUA OPERA È CHE LA GENTE NON SA DAVVERO CIO' CHE VUOLE.
È così. Se chiedessi a un ampio campione di persone che tipo di caffè vuole, la risposta unanime sarà: “Forte, nero e denso”. Ma quanti lo apprezzeranno veramente così? Solo il 25-27%.

Gennaio 09, onetranslationperday.wordpress.com
IL MODO MIGLIORE PER RAGGIUNGERE LA NOTORIETA' INTERNAZIONALE È IMPIEGARE 10MILA ORE NELL'AFFINARE LE PROPRIE CAPACITA'.
Nessuno – né le rock star, né gli atleti professionisti, né i milionari informatici e nemmeno i geni – si fa da solo. La cosa veramente interessante di questa regola delle 10mila ore è che è applicabile ovunque. Non si può diventare un grande campione di scacchi, se non si ha giocato per almeno 10mila ore. Il ragazzo prodigio del tennis, come Boris Becker, che inizia a giocare a sei anni, raggiungerà il livello di Wimbledon a 16 o 17 anni. Il musicista classico che inizia a suonare a 4 anni, debutterà alla Carnegie Hall verso i 15 anni.

Gennaio 05, powells.com
COME PRENDONO FORMA I TUOI LIBRI?
Quando si scrive un libro è necessario avere in testa ben più di una storia: è indispensabile percepire una vera e propria spinta a raccontare qualcosa. E sentirsi completamente coinvolti.
MOLTA GENTE PENSA CHE TU SIA UNO SCRITTORE DI ECONOMIA. IN REALTA NEI TUOI LAVORI CI SONO SPUNTI DI OGNI GENERE. COME RIESCI A CONIUGUARE I NUMEROSI ARGOMENTI CHE CARATTERIZZANO I TUOI LIBRI?
In generale mi piace affrontare più argomenti contemporaneamente, senza perdere l'obiettivo di riuscire a soddisfare più persone possibili. Tratto sostanzialmente argomenti di massa. Non sono interessato alle nicchie. Dopo aver individuato i temi trovo degli spunti per metterli in relazione.

Novembre 08, macleans.ca
COME CI SI SENTE A ESSERE PARAGONATO A UN GURU?
Io non mi considero un guru.
PERO' VENDI MOLTISSIMI LIBRI, TI PAGANO PER PARLARE ALLA GENTE E HAI UN GRANDE SEGUITO.
È una sensazione molto piacevole sapere che le cose che scrivi sono prese sul serio. In ogni caso, quando scrivo, lo faccio “anonimamente”.
CHE RELAZIONE C'E' FRA QI E CAPACITA' PROFESSIONALI?
Tutti dicono che il QI non ha importanza, poi però gran parte delle persone finisce per prenderlo in considerazione, comprese le università per selezionare gli studenti. In realtà io continuo a credere che sia una sciocchezza.

lunedì 8 novembre 2010

VEGETARIANI (DIS)INCANTATI

Jonathan Safran Foer
Safran Foer, col suo ultimo libro, Se niente importa, ha avuto un forte impatto sull'opinione pubblica, tanto che - c'è da immaginare - un certo numero di nuovi vegetariani potrebbe essere figlia (diretta o indiretta) del contenuto del suo testo. La prova potrebbe essere quella fornita da vari blog americani che affrontano quesiti stuzzichevoli tipo: "Cosa cucino ai miei amici non più carnivori per colpa di Jonathan Safran Foer?". In effetti, è stato molto bravo ad affrontare il problema, suscitando un grosso interesse in chiunque, e spingendo gran parte dei lettori a domandarsi se vale davvero la pena continuare a nutrirsi con la carne, e se non sarebbe invece più utile dar retta a chi - come un tal Veronesi (tanto per stare dalle nostre parti, ma potremmo citare anche Jovanotti) - da anni ha deciso di mangiare solo prodotti vegetali. Cosa dice Foer nel suo libro? Per esempio che mangiare animali comporta grandi sofferenze per le bestie, allevate quasi sempre in condizioni pietose, chiuse in gabbie minuscole, private della corretta aereazione, ingrassate fino a provocare un cedimento dello scheletro; un aspetto in netta contraddizione col fatto che, moltissimi abitanti dei paesi sviluppati, posseggono un cane o un gatto, che accudiscono amorevolmente, sottolineando - ipocritamente, direbbe Foer - il loro amore incondizionato per gli animali: solo in USA si arriva a spendere 34 miliardi di dollari per sfamare, lavare e "viziare" il proprio animale domestico. Ma questo è niente. I veri problemi, infatti, riguardano l'uomo. Da un punto di vista nutrizionale l'alimentazione carnivora comporta un'assunzione smodata di principi attivi che, a lungo andare, danneggiano l'organismo (per esempio i residui ormonali impiegati negli allevamenti), creando i presupposti per lo sviluppo di malattie cardiache e tumorali. Un dato su tutti: i tre milioni di danesi che furono obbligati dall'embargo del 1917 a una dieta di orzo e patate (al posto della tradizionale basata sull'assunzione costante di carne, latte e burro), videro ridotto il tasso di mortalità di quasi il 35%. In generale le carni sono alimenti iperproteici che possono compromettere il metabolismo, impoverendo le ossa di calcio e acidificando le cellule. La carne proveniente dagli allevamenti industriali, inoltre, conterrebbe sostanze chimiche che avrebbero il potere di annullare l'azione degli antibiotici. E poi c'è l'effetto serra, che - seppur stocasticamente - incide pesantemente sulla qualità della vita di ognuno di noi. Per produrre carne si è costretti a sfruttare in modo intensivo il territorio, causando una iperproduzione di anidride carbonica. "Per via dei gas originati da letame, flatulenza e disboscamento per la creazione di pascoli e dell'energia impiegata per l'allevamento, il bestiame produce il 18% dei gas serra che intrappolano il calore nell'atmosfera", dicono gli esperti della Food and Agricolture Organisation (FAO). Inoltre è responsabile del 40% delle emissioni di metano, del 65% delle emissioni di protossido di azoto, gas che produce un surriscaldamento trecento volte più potente rispetto a quello causato dall'anidride carbonica. Foer è dunque lapidario: "La carne solleva rilevanti questioni filosofiche ed è un'industria da più di centoquaranta miliardi di dollari l'anno, che occupa quasi un terzo delle terre emerse del pianeta". Peraltro Foer non è l'unico ad aver scardinato il luogo comune secondo il quale, un vero Homo sapiens sapiens, non può fare a meno della carne, essendo da sempre un onnivoro, ed essendo da sempre la sua storia legata alla caccia e al sostentamento fornito dai prodotti animali. Con lui c'è anche il signor Michael Pollan - naturalista e giornalista statunitense - che, col suo Dilemma dell'onnivoro, ribadisce i concetti espressi dal collega: "Tra l’imperativo capitalista della massima efficienza a ogni costo e quello morale, che storicamente ha fatto da contrappeso alla cecità etica del mercato, è sempre esistita una certa tensione. Questo è un altro esempio delle contraddizioni culturali del capitalismo, un sistema in cui, col tempo, l’impulso economicista tende a erodere i pilastri morali della società. La pietà nei confronti degli animali da noi allevati è una delle ultime vittime". Ebbene, perché abbiamo voluto ricordare tutto questo? Perché ancora una volta - come sempre succede quando viene mandata a gambe all'aria una verità assoluta (tra un po’ salta pure la teoria della relatività di Einstein) - le carte in tavola cambiano; in questo caso specifico in favore di una nuova entusiasmante teoria, che potremmo tranquillamente considerare una via di mezzo fra la tesi di Foer e quella del carnivoro più acceso. Il riferimento è al caporedattore del magazine ambientalista The Ecologist - Simon Fairlie - che è uscito con una affermazione a dir poco provocatoria: "La carne fa bene al pianeta". Ma come? Non è mica vero il contrario? Dipende. 

Allevamento intensivo di maiali
Dipende da quanta carne si mangia e dalla qualità della carne che assumiamo. Dalle pagine del Time (riprese in questi giorni anche da Repubblica) Fairlie fa sapere: "Non ho toccato carne dai 18 ai 24 anni, poi ho cominciato ad allevare capre. Ma dei maschi non sapevo che farne: non producevano latte, non facevano figli. Così ho cominciato a mangiarli". La sua rivoluzionaria tesi può essere approfondita nel libro che ha da poco dato alle stampe, col titolo fin troppo eloquente: Meat: A Benign Extravagance. Una sorta di contro risposta ai sermoni officiati da Foer e Pollan (cui si potrebbero aggiungere anche quelli di Jeremy Rifkin, noto per aver scritto "Ecocidio: ascesa e caduta della cultura della carne"). L'ecologista inglese dice che, per il bene del pianeta, non serve eliminare la carne, ma basterebbe mangiarne meno, un paio di volte la settimana. Se tutti si comportassero in questo modo - e non si arrivasse quindi a consumarne 36 chilogrammi all'anno cadauno - le cose quadrerebbero egregiamente. E addirittura, ne beneficerebbe anche l'ambiente. Come? Tenendo conto del fatto che l'agricoltura internazionale produce biomassa in sovrappiù che deve, in qualche modo, essere smaltita, e che senza problemi può finire negli abomasi dei bovidi: in questo modo si mette in moto un meccanismo controllato che consentirebbe, peraltro, ai terreni di pascolo di arricchirsi di concime naturale. Il caporedattore di The Ecologist è così convinto delle sue idee che ama definirsi "più ecologista di un vegano". E se qualcuno dovesse vedere in lui l'ennesima boutade di un fantasioso ambientalista, basterebbe redarguirlo con un servizio apparso sul prestigioso New Scientist, che in pratica perviene alle sue stesse conclusioni. Stando, infatti, ai dati raccolti dal giornale scientifico, senza allevamenti si avrebbe un deficit non indifferente per i tanti sottoprodotti di origine animale che contribuiscono alla nostra felice quotidianità. Per esempio si avrebbe una perdita di 11 milioni di tonnellate di cuoio e 2 milioni di tonnellate di lana. Peraltro senza il concime naturale offerto dagli animali, si avrebbe un utilizzo smodato di concimi chimici dannosi per l'ambiente. Alla luce di ciò, però, vanno fatte delle precisazioni. Fairlie in questo è categorico: non tutta la carne fa bene al pianeta. Fa bene solo quella derivante da allevamenti in linea con l'ambiente e con il rispetto degli animali. Va bene, per esempio, la carne di mucca, purché sia allevata nei prati. E va bene soprattutto quella di maiale. Parere condiviso anche da altri scienziati come Tara Garnett che dirige il Climate Research Network della University of Surrey a Guildford, in Gran Bretagna: "I maiali sono una vera pattumiera dell'uomo moderno. Noi diamo loro i nostri avanzi e loro ci restituiscono la carne. Un vantaggio che un mondo senza carne non avrebbe in alcun modo". Insomma, il dibattito è apertissimo, ma intanto, quel che è certo, è che il numero di vegetariani più o meno consapevoli è in costante aumento. Italia compresa. In Italia i vegetariani sono duplicati in pochi anni, passando dai 3 milioni del 2002 ai 6-7 milioni di oggi. Sono soprattutto le donne ad abbracciare la nuova filosofia alimentare; donne che abitano al nord, al centro, mediamente colte, con un buon titolo di studio. 600mila fanno parte dei vegani (detti anche vegetaliani) che evitano di nutrirsi con ogni tipo di alimento proveniente dal mondo animale, uova e latte compresi. (Ci sono anche i cosiddetti 'crudisti' che si nutrono solo di vegetali crudi, frutti o semi). Le statistiche dicono che il numero di vegetariani potrebbe incrementare ulteriormente, toccando i 30 milioni previsti nel 2050. Dati simili si riscontrano in tutti i paesi civilizzati. Secondo alcune statistiche condotte in USA alla domanda "sei vegetariano?", si è passati dall'1,2% di "sì" del 1977, al 6% del 2003, con punte del 10% in corrispondenza degli stati più progressisti. In generale è attendibile proferire che negli ultimi venti anni la crescita dei vegetariani è stata globalmente del 500%. Perché si diventa vegetariani? Per tanti motivi, compreso quello più banale di volere imitare la collega di lavoro "originale" o l'amico tornato "illuminato" da un viaggio in India. Di certo sono ben pochi i vegetariani "per forza", costretti in pratica a mangiare vegetali per motivi di salute. Di solito il discorso viene rapportato a una scelta filosofica-religiosa, tale per cui ogni forma di vita va onorata e rispettata. In parte molti sono diventati vegetariani anche in seguito al dilagare del morbo della mucca pazza: il timore di essere colpiti dall'encefalite spongiforme bovina (BSE) ha avuto il sopravvento anche su persone abituate a mangiar carne quasi tutti i giorni. Infine fra i vegetariani più convinti (di oggi e di ieri) vengono citati: Einstein, Platone, Rousseau, Voltaire, Byron, Wagner, Tolstoj, Paul Newman, Adriano Celentano, Franco Battiato, Bob Dylan, Michael Stipe. Ma sarà vero?

Michael Stipe, leader dei REM, vegetariano convinto

giovedì 4 novembre 2010

La democrazia di Vandana Shiva

Attivista politica e ambientalista, Vandana Shiva (1952) è una delle scienziate più famose al mondo. Si è laureata in fisica alla University of Western Ontario, Canada, nel 1978, e ha ottenuto il Right Livelihhod Award nel 1993. Attualmente dirige il Research Foundation for Science, Technology and Natural Resource Policy, da lei fondato nel 1982 ed è vicepresidente di Slow Food.
Settembre 03, pbs.org
COSA SI INTENDE PER GLOBALIZZAZIONE?
È un meccanismo che porta alla mercificazione di tutte le risorse necessarie per la sopravvivenza. Il sistema si basa su regole sleali, che non soddisfano i reali bisogni alimentari delle persone, tantomeno il benessere economico.
A RIMETTERCI È ANCHE LA DEMOCRAZIA.
Sicuramente. Tutte le democrazie del mondo sono a rischio. La globalizzazione, infatti, è agli antipodi della democrazia.
IN REALTA' MOLTI PENSANO CHE LA GLOBALIZZAZIONE FAVORISCA IL BENESSERE DELLE PERSONE.
Com'è intesa oggi non favorisce la ricchezza. Lo farebbe se fosse improntata su idee positive e sulla solidarietà fra le comunità, aspetti del tutto inesistenti. Troppe decisioni vengono prese al di fuori dei Paesi interessati da processi produttivi, partendo dai prezzi che vengono dati alle merci.
PERO' NON SI PUO' AFFERMARE CHE L'INTERO OCCIDENTE SIA RIPUGNANTE. LEI STESSA SI È LAUREATA IN CANADA.
Io infatti non considero ripugnante l'Occidente, ma alcune proposte legate alla colonizzazione occidentale, spesso poco trasparenti e condite di menzogne.
Dicembre 97, mcspotlight.org
COME HA INIZIATO A OCCUPARSI DI AMBIENTE E DELLA SALVAGUARDIA DEGLI ANIMALI DA ALLEVAMENTO?
Con l'avvento della globalizzazione gli ecosistemi hanno subito un grave contraccolpo, ripercuotendosi sulla sorte degli animali destinati alla produzione alimentare. In India – Paese caratterizzato da un forte senso di responsabilità nei confronti delle altre specie viventi – è stato più facile percepire questo grave fenomeno. La nostra accusa è rivolta soprattutto alle catene di fast-food.
A PROPOSITO DI FAST-FOOD, CREDE CHE LA DIFFUSIONE DI MCDONALD IN INDIA POSSA CREARE PROBLEMI DI SALUTE AI CITTADINI DELLO STATO?
Certamente, come sta già accadendo in altri Paesi: a Singapore, per esempio, sono sorte nuove cliniche per curare l'obesità, figlia di un'alimentazione sbagliata. Per noi indiani il problema è ancora più sentito, essendo abituati a seguire diete tipicamente vegetali.
Novembre 09, asia.it
PERCHÈ L'UOMO SCEGLIE IL POTERE DELLA TECNOLOGIA INVECE DI CONTINUARE A CONFIDARE NELLA PROPRIA TRADIZIONE?
Perché la tecnologia ha iniziato a dominare la nostra vita e ciò in cui crediamo. Intorno a essa è stata costruita un'ideologia. Nel medioevo tutte le persone credevano nella chiesa, perché la chiesa modellò il mondo dell'epoca in base alla propria posizione. Influenzava infatti ogni cosa: il sistema di tassazione, l'educazione, l'insegnamento. Lo stesso accade oggi con la tecnologia.
CI PUO' SPIEGARE IL SIGNIFICATO SI SHAKTI?
È l'energia che pervade tutto l'Universo. Nella nostra filosofia questa potenza ha assunto la forma femminile. Quella maschile è Shiva. Nel mondo reale, Shakti rappresenta le differenti forme dei campi, dei frutti, dei semi...
CI SONO VALORI SPIRITUALI CHE L'INDIA PUO' OFFRIRE ALL'OCCIDENTE?
Credo che il più importante valore riguarda il fatto che Dio non è un personaggio con la barba bianca seduto in mezzo al cielo: la divinità è dappertutto e deve essere considerata rispettando la natura in ogni sua sfaccettatura.
Giugno 07, navdanya.org
COSA SUCCEDE IN INDIA, RIGUARDO LA CRISI MONDIALE DELL'ACQUA E AGLI ASPETTI SPECULATIVI CHE NE DERIVANO?
L'India è ricchissima di acqua e per secoli gli indiani hanno saputo conservarne fino all'ultima goccia. La prova deriva dal fatto che l'agricoltura viene praticata senza problemi anche in aree desertiche. La Banca Mondiale sostiene la privatizzazione dell'acqua – portata avanti da cinque aziende principali - e io non posso che essere contraria.